LE INTERROGAZIONI
Dalla poco edificante vicenda denominata mediaticamente CinziaGate, continuano ogni giorno ad uscire fatti nuovi ed elementi nuovi su cui riflettere. Il rischio di rendere “vecchie” queste righe ancor prima che vengano lette, è forte e concreto. Tuttavia, vale davvero la pena spendere qualche rapida riflessione sugli eventi già acquisiti e ormai certi Partendo dalla fine, ovvero dalle dimissioni di Flavio Delbono. L’ormai ex Sindaco di Bologna avrebbe rassegnato le dimissioni perché sfiorato dall’accusa, neppure sostanziatasi per ora in un rinvio a giudizio, di aver commesso peculato per poche centinaia di euro. Alcuni dicono 400, altri mille, al massimo si parla di 2000 euro.
Fatti che risalirebbero a quando Delbono ricopriva il ruolo di vicepresidente della Regione Emilia Romagna, in buona sostanza il numero 2 della Regione.
Fatti che rivestono, a quanto dice Delbono stesso, carattere marginale, ove si consideri che il nostro avrebbe gestito centinaia di milioni di euro per diversi anni in qualità di Assessore al Bilancio. Allora, perché dimettersi? Forse perché colto di sorpresa da un’accusa infamante? Una motivazione simile potrebbe anche reggere, se non fosse che appena dodici ore prima dell’annuncio delle sue dimissioni, Flavio Delbono aveva sdegnosamente rigettato questa ipotesi, anche nel caso fosse stato rinviato a giudizio. Né, d’altronde, nessuno gliele aveva chieste queste benedette dimissioni. Non ufficialmente, almeno.
Di certo non il Popolo della Libertà, che attendeva di conoscere l’esito delle indagini prima di condurre valutazioni politiche di qualsiasi tipo, anche in ordine all’opportunità che Delbono rimanesse o meno alla guida della città di Bologna. Neppure Di Pietro, il quale era arrivato a dire che in caso di rinvio a giudizio, Delbono doveva farsi da parte.
Rinvio a giudizio che ancora oggi non è arrivato e che anzi, vista la richiesta di archiviazione avanzata mesi addietro è tutt’altro che scontata. E allora perché Delbono si è dimesso?
Il dubbio che viene, non provato né fondato, è che dietro questa vicenda ci sia dell'altro. Qualcosa che evidentemente il Partito (quello con la P maiuscola) teme tuttora venga fuori in tutta la sua virulenza e che forse, giocando di anticipo con le dimissioni del ex Primo Cittadino, si potrebbe provare a “calmierare”. Forse sbaglieremo, ma l’idea che ci siamo fatti di tutto questa vicenda è che dietro quel bancomat dato dal "compagno Divani” all’amico Flavio, si nasconda un sistema complesso, su cui è opportuno è giusto che la magistratura conduca indagini approfondite.
Per ora, da quanto emerge, sembrerebbe che in Regione il danaro pubblico fosse gestito con margini di libertà, tali almeno da consentire diversi errori da parte dell’Assessore Delbono, senza che nessuno se ne accorgesse.
Il che porta a dire che, se non su un piano penale, già si delinea una responsabilità politica da parte della Regione e del suo Governatore, il quale, quantomeno, ha mancato di controllare ciò che faceva il suo braccio destro in Giunta, ovvero Flavio Delbono. Perché, è appena il caso di dirlo, se Delbono era il numero 2 della Regione, ciò comporta semplicemente che il numero 1 era ed è (e nelle intenzioni delle sinistre dovrebbe ancora essere) Vasco Errani.
Per questo non saremmo sorpresi se questa inchiesta dovesse espandersi, arrivando a chiarire come funziona il sistema di potere dei nipotini del PCI. Un sistema di potere che, per carità, non presenterà alcun profilo di illegalità. Ma che tuttavia temiamo risulti valido a Bologna, a Imola ed in tutta la Regione ed in cui spesso politica e amministrazione si intrecciano e si sovrappongono, in un quadro in cui i confini tra l’imparzialità cui è tenuta la pubblica amministrazione e la naturale parzialità della politica si fanno soffusi e indefiniti.
Senza che nessuno però abbia mai ritenuto di dimettersi.
Almeno sino ad ora.
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